Google's support for @YouTube is one of the worst experiences you can make in your whole life! Outdated and wrong.

by ReF

Downgrade Mavericks – Mountain Lion, the cleanest way

OS X Mountain Lion

Si, tocca farlo. E si, tocca farlo in maniera pulita. Sai se no tutte le paranoie che potresti avere dove vanno a finire? Beh, comunque le ragioni, senza stare troppo a sindacare, possono essere le più varie e pittoresche. La mia, personale è data dalla necessità di riutilizzare un software (Pro Tools nello specifico) evitando di spendere oltre 400€ per aggiornarlo in modo che sia compatibile con Mavericks. Sono riuscito a farmi dare un nuovo iMac a lavoro, su cui sarà installato Mavericks e io posso tramutare il mio MacBook Pro in un muletto per fare musica. Se poi proprio volessi spendere quei soldi comprerei una Apogee Duet usata e una licenza di Logic, così da rientrare nella mobilità produttiva.

Ma torniamo al downgrade: se sul vostro Mac è installato Mavericks è molto probabile che abbiate acquistato in precedenza una versione di Lion o Mountain Lion dall’App Store. La procedura che descriverò in seguito serve per installare Mountain Lion, ma dovrebbe essere applicabile anche a Lion senza grosse differenze. Io utilizzerò Utility Disco; c’è chi si trova più a proprio agio con Carbon Copy Cloner, ma per me non ha molto senso utilizzarlo. Fino ad ora non ne ho avuto bisogno e, soprattutto, possiamo fare tutto in maniera piuttosto facile con quello che già abbiamo a disposizione.

Per sommi capi si tratta di scaricare di nuovo il vecchio OS X, formattare una chiavetta (8GB ma ancora meglio 16GB) in maniera che sia “bootable”, fare un bel backup di tutti i dati e usare la suddetta USB key per installare il vecchio OS X.

Fase uno: Procurarsi Mountain Lion

Questa è easy, basta andare sull’App Store e cercare “OS X Mountain Lion” tra le app acquistate. Cliccare su “Installa” e aspettare che il download sia completo. Una volta completato il download comparirà un messaggio che avvisa che non è possibile installare quella versione di OS X sul vostro computer. Niente panico! Questo succede semplicemente perché Mavericks (che avete sul vostro Mac) riconosce una versione più vecchia del sistema operativo e si rifiuta di installarla. Ma noi ce ne freghiamo e andiamo avanti.

Fase due: Formattare la chiavetta USB

Qui cominciamo ad andare su un percorso non sempre agevole… per citare un ex collega “gli utenti sono molti, ma gli utonti ne sono sempre di più, soprattutto quelli che usano un Mac”. Poi soleva anche dire “OS X è quasi esente da virus, ma non da deficienti”. Volendo potrei continuare, ma il succo è che, quando si tratta di andare a begare in applicazioni che di solito non vengono utilizzate, molte persone perdono lucidità.

Critiche a parte, inseriamo la chiavetta in una presa USB, apriamo Utility Disco e selezioniamo sulla sinistra la USB key (vedi immagine seguente).

Utility Disco image

Ora sulla destra selezioniamo il tab “Partiziona“, scegliamo “1 partizione” dal menu a tendina “Schema partizioni:”, le diamo un nome (Mountain Lion nel mio caso) e il formato “Mac OS esteso (journaled)” e clicchiamo su “Opzioni…” per verificare che sia selezionata l’opzione “Tabella partizione GUID“.

N.B. Questo ultimo passaggio è essenziale. Solitamente è già impostato così di default, ma è meglio controllare.

Utility Disco - Tab Partiziona image

Utility Disco - schema partizioni image

Quando è tutto settato basta cliccare su “Applica” in basso a destra e attendere che la procedura venga completata.

A questo punto bisognerà preparare la chiavetta con Mountain Lion precedentemente scaricato. Per farlo dobbiamo montare l’immagine senza far partire l’installazione. Quindi andiamo nella nostra cartella applicazioni, individuiamo l’applicazione “Installa OS X Mountain Lion.app“, facciamo click con il destro (o ctrl+click per farlo alla vecchia) e clicchiamo su “Mostra contenuto pacchetto“. Ci si aprirà una finestra del Finder in cui andremo a cercare l’immagine (.dmg) del sistema operativo seguendo il percorso “Contents/Shared Support/InstallESD.dmg” (si confronti con l’immagine seguente), doppio clic sull’immagine e la montiamo.

Finder - Applicazioni image

A questo punto re-inseriamo la chiavetta (se era stata rimossa in precedenza, altrimenti non la tocchiamo proprio) e riapriamo Utility Disco, clicchiamo sull’immagine montata “Mac OS X Install ESD” e portiamoci sul tab “Ripristina“.

Utility Disco - ML image

Ora trasciniamo (senza cliccarci prima, altrimenti cambiamo il dispositivo su cui vogliamo lavorare) l’icona della partizione della USB key (Mountain Lion nel mio caso) nel campo “Destinazione:” e clicchiamo su “Ripristina” in basso a destra. Ci verranno chieste conferma e password per procedere con l’operazione. Assecondiamo le richieste e attendiamo che la procedura sia conclusa.

Utility Disco - ML image - USB Key screenshot

Una volta che l’operazione sarà terminata, si apriranno delle finestre del Finder. Noi le chiudiamo tutte e smontiamo tutte le immagini che sono attualmente montate. Così siamo pronti a passare alla fase successiva.

Fase 3: Backup

Per questa fase non entro assolutamente nel merito dei vostri metodi prediletti. Io uso Time Machine, ma per molti non è così comodo/performante/sicuro da metterli a loro agio, quindi ad ognuno il suo. L’importante è che venga salvato tutto completamente perché sul Mac andrà tutto distrutto tra poco. Quindi avviate il backup e mettetevi comodi, fatevi un the o guardatevi un pornazzo a seconda della tensione accumulata e aspettate che tutto sia finito!

Fase 4: Installazione Mountain Lion

Una volta che la nostra chiavetta è pronta ed inserita in una presa USB e il nostro backup è terminato, possiamo andare in Preferenze di Sistema/Disco di Avvio. Da lì selezioniamo la nostra USB key contenente Mountain Lion e clicchiamo su “riavvia” (alternativamente, si può riavviare il Mac e tenere premuto il tasto Alt/Opzione all’avvio per poi scegliere la chiavetta come disco di avvio).

Ci verrà presentata una finestra Utility OS X in cui ci saranno quattro opzioni: Ripristina da backup di Time Machine, Reinstalla OS X, Trova aiuto online e Utility Disco. Noi andiamo su Utility Disco per formattare l’hard disk in modo da pulire tutto per bene, dopo di che chiudiamo l’applicazione e scegliamo Reinstalla OS X. In tutto, con un SSD sotto il culo del Mac ci vogliono circa 20 minuti (8 minuti nella fase preparatoria dell’installazione e 11 di installazione vera e propria) di attesa prima di poter arrivare a configurare la macchina.

Tips and Tricks

Se utilizzate Aperture come gestore della vostra libreria fotografica, vi consiglio di verificare prima che abbiate a disposizione un backup della versione 3.4.5 perché, una volta reinstallato Mountain Lion, vi sarà impossibile importare la libreria 3.5.1.

Tenete da parte la password della vostra connessione wireless, vi farà comodo.

Tenete da parte le password del vostro account iCloud/iTunes per la configurazione iniziale di OS X, vi servirà!

WordPress on OS X 10.9 Mavericks

Screenshot of Sequel Pro with WordPress logo

Mi è presa la mania di farmi i tutorial, quindi dopo aver installato l’ambiente MAMP passiamo a buttare un bel WordPress in locale.
Facendo un breve sunto del post precedente, avevamo creato la cartella “~/Sites“, abilitato PHP, installato MySQL e ci eravamo prodigati di installare Sequel Pro. Inoltre avevamo anche settato una password per l’utente root di MySQL.. l’uomo assennato ha i suoi sistemi per memorizzarla.

Creazione di un nuovo database

Useremo Sequel Pro per questo (la versione attuale è la 1.0.2). Aprendolo ci verrà chiesto di effettuare il login. Ci sono da riempire solo i campi Host, Username e Password. Potete copiare dalla schermata qui sotto inserendo, ovviamente, la password generata in precedenza.

Login form of Sequel Pro

In alto a sinistra c’è il menù per scegliere o, eventualmente, creare un nuovo db. Scegliamo la voce “Add Database…” e successivamente inseriamo un nome per il DB che andremo a creare cliccando sul pulsante “Add“.

Choose Database menu of Sequel ProInsert the new database name

Download di WordPress

Andiamo su wordpress.org e scarichiamo l’ultima release di WP (la 3.7.1 al momento). Non vi state a fare le paranoie se sia meglio la versione .zip o quella .tar.gz, tanto poi dobbiamo comunque scompattare l’archivio nella cartella “~/Sites“.

Modifica del file wp-config.php

Nella cartella espansa precedentemente andiamo a rinominare il file wp-config-sample.php in wp-config.php. Apriamo il file e andiamo a modificare i campi DB_NAMEDB_USERDB_PASSWORD inserendo rispettivamente il nome del database creato prima, il nome utente (che sarà “root”, visto che non abbiamo creato ulteriori utenti) e sempre la solita password dell’utente root di MySQL. Il campo DB_HOST può rimanere su ‘localhost’ dal momento che il db è effettivamente in locale (o si può usare 127.0.0.1 al suo posto per evitare possibili errori di connessione al database da parte di WordPress durante l’installazione).

 Installazione di WordPress

Tramite browser rechiamoci all’indirizzo “http://localhost/~nome-utente/nome-cartella-wordpress/wp-admin/install.php” e completiamo il form di installazione.

The installation form of WordPress

Dopo averlo completato, ci verrà comunicata l’avvenuta installazione e potremo loggarci nel pannello di amministrazione del nostro nuovo sito in WordPress.

Abilitare l’installazione dei plugin e l’aggiornamento di WordPress da dashboard

Vediamo la luce alla fine del tunnel. Diciamo che ora come ora saremmo anche pronti per iniziare a svilupparci il template e dedicarci ad un po’ di sano “coding”. Purtroppo però, l’installazione in locale di WordPress richiede un ulteriore sforzo perché tutto sia fruibile direttamente dal pannello di amministrazione del nostro sito.
Infatti, andando ad installare un plugin ci troveremmo di fronte ad una situazione di questo tipo:

Plugin installation failure on WordPress

La soluzione è quella di cambiare i permessi della cartella contenente l’installazione di WordPress rendendola eseguibile e scrivibile per l’utente _www e di aggiungere una regola alla fine del file wp-config.php.

A questo punto siamo in grado di eseguire gli aggiornamenti automatici di WordPress o di installare i plugin direttamente dalla pagina di ricerca plugins. Personalmente è una cosa che faccio spesso quando lavoro in remoto, per non stare ad istanziare una sessione ftp solo per quello. Inoltre così si evitano possibili problemi di permessi sulle cartelle e sotto-cartelle create successivamente.

Enjoy…

OS X 10.9 Mavericks MAMP development environment

Mac OS X Mavericks Logo

Prima piccola premessa

Con l’uscita del nuovo OS X Mavericks, si ripresenta l’amletico dubbio che attanaglia la quasi totalità dei possessori di un computer Apple: installare il nuovo OS from scratch oppure aggiornare il vecchio.

Chiariamo subito una cosa, io ho approfittato dell’uscita di Mavericks per fare una bella pulizia, ma consiglio l’aggiornamento se non siete maniaci e paranoici come me. Comunque sia, non siamo qui per parlare di come re-installare il vostro sistema operativo o di quanti clic fare sull’App Store per aggiornare. Quello che mi preme è fare un piccolo memo sull’installazione (di nuovo) di un sistema MAMP (Macintosh, Apache, MySQL and PHP). Non per altro, ma ogni volta mi affido alla rete favorendo l’impigrirsi delle mie facoltà mnemoniche ed ogni volta mi tocca andare a ricontrollare tutti i passaggi. Quando facevo il pinguino ricordavo qualunque singolo comando che pigiavo su una sessione Bash come  l’Ave Maria.. ma quella è un’altra storia fatta di cazzeggio, ideologie e tanto tempo da perdere ad imparare nerdate.

IMPORTANTE seconda piccola premessa

Se avevate il vostro ambiente di sviluppo già settato sul vostro OSX 10.7 o 10.8 ed avete eseguito l’aggiornamento a Mavericks, vi basterà solo abilitare PHP per riavere tutto l’ambiente perfettamente operativo (dovrebbe essere così, ma un double check è sempre d’uopo).

Ora andiamo a vedere, uno alla volta, i passaggi da effettuare per Apache, PHP e MySQL (con relativa GUI)

Apache

Apache è pre-installato su OS X, ormai da diverso tempo. Non c’è più la possibilità di abilitare la condivisione direttamente da Preferenze di Sistema, ma con un paio di comandi da /Applications/Utilities/Terminal si fa in fretta a controllare il funzionamento e la versione installata di Apache.

Dopo aver fatto partire Apache basta andare all’indirizzo http://localhost per verificare l’effettivo funzionamento del server. Se è tutto ok (come dovrebbe essere 9,5 volte su 10), compare la scritta “It Works!“.
Ora, la domanda è: e dove cavolo è finita la cartella “~/Sites” che fino a OS X 10.6 era in bella mostra nella mia home? Beh, la risposta è: non c’è più! Apple permette (da sempre) di avere due livelli di root sulla propria macchina, un livello sistema e un livello utente. Ovviamente, come è facile intuire, settare la web root a livello utente vorrà dire andare a creare una cartella che sarà la web root (si, sto parlando della cartella ~/Sites) per l’utente. Questo significa che qualunque utente può avere la propria web root. Viceversa, la web root a livello sistema di default è /Library/WebServer/Documents e, se decidessimo di utilizzare questa, sarebbe leggermente meno facile la gestione poiché dovremmo continuamente autenticarci some amministratori e perché dovremmo impostare un override per i file .htaccess.

Io, personalmente, prediligo, per abitudine forse, avere la mia cartella nella mia home dove fare tutte le porcate che voglio. Ma ciò non vieta di andare a impostare entrambe le web root folders. It is up to you!
Ovviamente, io tratterò solo la creazione della web root a livello utente.

Quindi, andiamo a ricreare la cartella “~/Sites” nella nostra home e poi andiamo a creare un file chiamato username.conf (ovviamente, al posto di username c’è da inserire il proprio nome utente nella sua short version) per permettere l’utilizzo della cartella come web server.

Se l’ambiente è nuovo, troverete solo un file Guest.conf. Quindi, sempre dal nostro terminale andiamo a creare il file.
N.B. Se ignorate quale sia il vostro nome utente, potete sempre chiederlo al terminale digitando il comando “whoami” senza virgolette.

PHP

Mavericks ha installata la versione 5.4.17 di PHP. Ma bisogna andare ad attivarla de-commentando il file https.conf.

Per verificare che sia andato tutto a buon fine, di solito, io creo un file index.php nella cartella ~/Sites con la seguente semplice istruzione in PHP.

Dopo di che vado a verificare che funzioni, con il mio browser, all’indirizzo http://localhost/~username/

MySQL

Dato che MySQL manca del tutto dal sistema operativo, per prima cosa tocca scaricarlo. Io prendo sempre la versione Mac OS X 10.7 (x86, 64-bit), DMG Archive (l’ultima uscita, anche se cita OS X 10.7, lavora bene in Mavericks).
Montiamo il DMG e installiamo tutti e tre i file presenti: mysql5.6.xxx.pkgMySQLstartupitem.pkgMySQLPrefPane. Il primo è il software, il secondo permette a MySQL di partire all’avvio del computer e il terzo è il pannello di preferenze che comparirà in Preferenze di Sistema e da cui faremo partire MySQL una volta installati tutti i pacchetti.

Andiamo a impostare una password di root per MySQL. Ricordiamoci che non è la password di root del sistema, questa è la password dell’utente root di MySQL ed è cosa buona e giusta che sia diversa dalla password che utilizzate per il computer o per le mail.

Sequel Pro

Non vi consiglio di usare phpMyAdmin, piuttosto date un occhio a Sequel Pro. Io lo trovo decisamente più organico e potente. Lo potete scaricare da qui.

Non vi incazzate, non vi consiglio phpMyAdmin, in primis perché vedere qualche interfaccia diversa dal solito può farvi solo che bene e in seconda istanza perché per installarlo ci sarebbe da correggere prima il 2002 socket error e poi ci sarebbe da impostare la cartella  ~/Sites/phpmyadmin/config con i relativi permessi. Inoltre l’utilizzo del software avviene via browser.
Sequel Pro, invece, lo avreste già installato e fatto partire se non vi foste fermati a leggere i perché non vi consiglio phpMyAdmin.

I want to know how to feel something real

[Good Riddance – Weight Of The World]

Ogni manciata di anni ci ricado, ogni lustro la mia vena melodica viene fuori attraverso le liriche del più fasullo cantante californiano, del più ignavo, accidioso e privo di attitudine frontman che mamma hardcore abbia mai partorito. Non ci posso fare molto, è una voce che mi piace, nonostante il viso di Russ Rankin mentre canta rimanga più inespressivo di quello di Stefano Accorsi quando recita. Qualcuno gli dovrebbe spiegare che i tatuaggi sul collo, fare finta di aver vissuto le pene dell’inferno e di essere impermeabile a qualsiasi forma di emozione non fanno di lui un tough guy, ma solo un essere privo di credibilità.
Al di là di questo, mi riscopro ragazzino con gli occhi che brillano e il piede che batte il ritmo sincopato delle canzoni che compongono questo capolavoro di album mentre tutti mi guardano come fossi tarantolato.

Ciccio, questa è la cosa che ti è riuscita meglio di fare.. tieniti stretto la tua reunion perché i No Crime non saranno tanto fortunati!

And what about the times you did your best
to assuage my troubled soul
what happened to me
what happened to you
what was it that you said would see us through
I want to know how to feel something real
and I will try no more to run
all this pressure getting closer
and it seems like I’ve been here before

Time on my hands
Weight of the world
Laid bare my soul
As I lose control

Run away
you can retrace those steps and find your way once more
I’ll wait
believe in yourself as the cruel world closes in
take my hand
I’ll be a friend for you this weight you bare alone
one day
the light I know will illuminate your heart

Time on my hands
Weight of the world
Laid bare my soul
As I lose control

Tu non c’eri mai

[Negrita – Per Quello Che Dai]

Un pezzo dalle liriche decisamente hardcore, targato Negrita.
Vero, è “solo” una rock band, tra l’altro italiana, ma si tratta sempre di un concetto che i nostri mostri sacri hanno ribadito più volte. Non ha senso ignorare il messaggio solo perché non viene urlato.
Non c’è eccessiva cattiveria, che gli affezionati del genere vorrebbero sentire, così come non ci sono troppi stilemi o doppi sensi o sottosensi o salcazzo che altro. I Negrita non sono così.
Però c’è schiettezza anche in due strofette brevi, tanto da farmi ripensare ad almeno tre o quattro persone del passato che meriterebbero la dedica.

E quando tutto è stanco e quando tutto è storto
e quando tutto è fermo in un binario morto…
chiami me, chiami me, chiami me, chiami me
E quando crollano i nervi per tutti i giorni che perdi
e quando tutto è rotto se torni a casa cotto
chiami me, chiami me, chiami me, chiami me

Ma per quello che dai
vuoi troppo e lo sai
e quando servi a qualcuno
non ci sei mai!

E quando tutto è sbagliato e se sei stato tradito
e quando tutto è confuso che c’hai battuto col muso
chiami me, chiami me, chiami me, chiami me

Ma per quello che dai
vuoi troppo e lo sai
e quando servi a qualcuno
non ci sei mai!

World War Z

World War Z - Pitt Favino Kertesz

Giornata come tante, per la famiglia modello Lane (parliamo della happy Pitt family), in cui le due dolci e obbedienti figlie fanno colazione e si preparano ad affrontare l’ennesima noiosa giornata, supportate da genitori premurosi e dal polso invidiabile. Nel giro di qualche minuto, con la partecipazione di elicotteri invadenti e frettolosi poliziotti maldestri, il centro di Philadelphia diventa un ammasso di persone in fuga e di gente, infetta da una sorta di rabbia contagiosa, in cerca di carne da mordere.
Pitt (che nel film si chiama Gerry Lane) viene chiamato in causa dalle UN per tornare a fare il suo vecchio lavoro da investigatore, per arrivare all’origine del contagio in modo da salvare la propria famiglia e, giusto per, tutto il mondo.

Il plot è banale, ben fatto, ma già visto e sentito, a cominciare dalle voci dei notiziari in apertura. Lo svolgimento lo lasciamo stare per ora, perché bisognerebbe chiamare in causa almeno un calendario. Non mi esprimo sul fatto che si sta parlando di un ex agente UN, perché è un film e si presume che, talvolta, il protagonista sia uno cazzuto. Stiamo comunque parlando di un film da quasi 200 milioni di euro (28 Giorni Dopo di Boyle è costato, vado a memoria, poco più di 5 milioni), molti dei quali spesi per un inutile 3D, con Brad Pitt come main character. Non potevamo aspettarci fosse un cittadino comune, ma piuttosto uno che sa distinguere i cartelli stradali e le strade di Newark da 200 metri solo guardando una palazzina.

Non vado a prendere le analogie con altri colossal distopici, anche se 2012 e Contagion sono richiamati per atmosfere ed ambientazioni e Io Sono Leggenda per i colpi di testa. Piuttosto c’è da dire che la palazzina stile The Horde o 28 Giorni Dopo, la scalata alle mura di Gerusalemme in stile Mountain di PS2 (grazie Massimiliano Jattoni Dall’Asén per avermi permesso di fare mente locale), gli zombie dormienti o in attesa di stimoli in stile Walking Dead, il centro ricerca stile Resident Evil sono tutte citazioni più o meno famose di altri lavori, di altra gente, che di originalità lasciano ben poco al nuovo venuto. Comunque hanno mancato il classico ospedale di “romera” memoria, ma poi va a vedere se i puristi si lamentano.
Comunque sia, se fossi in Emmerich, Soderbergh, Lawrence, Dahan & Rocher, Boyle, la SONY, Kirkman e Capcom chiederei a Marc Foster e a tutta la Plan B Enterteinment corposi diritti d’autore.

Non mi esprimo su Favino se non per dire che, una volta tanto, il doppiaggio di un attore italiano in un film hollywoodiano è fatto bene. Per il resto onore e gloria a chi è riuscito a meritarsi la pagnotta per tutto il resto dell’anno con 15 minuti di girato.

World War Z - Daniella Kertesz

Lasciando da parte le critiche sulla realizzazione e sulla mancata ondata di freschezza che ci si poteva infilare, ciò che più lascia perplessi è la scelta di produzione di censurare o proprio di evitare tutte le scene splatter, che chiunque si aspetterebbe da un film che parla di non-morti. Quindi niente giugulari a vista, niente mani e ossa spolpate, niente arti che volano, niente viscere riverse sul pavimento, niente litrate di sangue a spruzzo e nessuno che apra il cranio di uno zombie per sputarci dentro.
L’abbiamo buttata più sul comportamento da contagio piuttosto che sulla fame di cervella e quindi un morso e via a infettare qualcun altro. Velocemente, magari precipitando da cinquanta metri pur di raggiungere il nuovo ospite. Aggressivamente, prevalentemente utilizzando tutta la forza brutale celata nei nostri muscoli, magari riuscendo a sollevare un militare ben equipaggiato con l’uso di un solo braccio.
Le uniche scene sanguinolente che si vedono sono quelle riguardanti Gerry Lane, giusto per dare quel tocco in più di stoicità a colui che si presume debba salvare il mondo. E di certo non stiamo parlando di ettolitri a spruzzo, ma piuttosto di qualche goccia o qualche ferita contenuta.

Qualcuno, di cui non faccio nomi per evitare imbarazzi inutili (spero in un suo risveglio di coscienza ogni sera prima di prendere sonno), ha addirittura sostenuto che sia il miglior film di zombie di sempre. Non sono d’accordo. Possiamo dire il più grande o il più spettacolare, ma non il migliore. Piuttosto io lo definirei come il peggiore film di zombie di sempre. Certo, i gusti sono sempre soggettivi, ma sarebbe il caso di aggiungere un “secondo me” di tanto in tanto.
Persino Matrix Reloaded e Revolution si lasciano guardare per tutta la loro durata, a volte anche in maniera coinvolgente, ma non per questo sono film da annoverare come i migliori del proprio genere.
Non si può utilizzare come parametro principale la godibilità di un film durante tutto lo svolgimento dello stesso, quando non c’è assolutamente niente di originale e viene epurato il concetto cardine della mostruosità di famelici non-morti. Dico solo che, a Favino già apparso, la gente in sala ha cominciato a ridere degli infetti.. e il film ha tutte le pretese di questo mondo tranne quella di fare la figura di una pellicola comedy-horror!

The Man With the Iron Fists

The Man With The Iron Fists - Russell Crowe

Non ce l’ho fatta a resistere, ho dovuto andare a vederlo. Nonostante l’abissale ritardo distributivo nelle nostre sale e complice la settimana del cinema, ho attraversato un paio di strade e mi sono infilato in una sala del tutto vuota. Pian pianino è cominciata la debole affluenza di personaggi dal dubbio gusto per la moda o dall’eccessiva ostentazione di grazie totalmente inutili in una sala buia, a meno che tu non voglia tirare fuori quel tuo spirito di baccanale che porti dietro nel momento più culturale che tu possa avere in tutta la tua vita. Ma si sa, il cinema è posto per sfigati e zoccole!
Del resto, con un film del genere è plausibile che la platea si componga anche di tamarri, complice il prezzo stracciato d’ingresso e il vociferare che il regista fosse Tarantino o un pezzo grosso del rap americano.. c’è ancora chi non l’ha capito.

Rimaniamo al prezzo d’ingresso di tre euri.. il chiacchiericcio ignorante non piace più da quando il passaparola è stato soppiantato da più di un canale informativo.
Prezzo promo, come dicevo all’inizio, per via della settimana del cinema che si concluderà stasera.
Prezzo che sta un po’ come tre stelline su cinque se consideriamo che il mercoledì a Bologna i cinema costano cinque euri. Ognuno tragga le proprie conclusioni, ma quella stellina in più, rispetto a quasi tutte le critiche lette, io gliela darei.

Fughiamo ogni altro dubbio prima di fare un attimo i seri: il regista e co-sceneggiatore è Robert Fitzgerald Diggs (a.k.a RZA), già autore di numerose colonne sonore e co-founder di uno dei gruppi dalla maggiore influenza in tutto il panorama rappistico mondiale, il Wu-Tang Clan.
Detto questo, io spero vivamente che voi già sappiate cos’è il Wu Tang, che sappiate il perché si chiama così e che vi siate letti almeno un paio di loro testi, altrimenti tutte le critiche che potreste portare nei confronti di un regista che neanche conoscete costituirebbero davvero l’ennesima dimostrazione della dabbenaggine di chi si professa critico.
Il film è stato presentato da Tarantino, da ciò si può capire che qualcuno abbia letto “Quentin Tarantino” in un trailer visto fugacemente per pensare che la regia fosse sua.

Man With The Iron Fist - Jamie Chung

Il film narra la vicenda del fabbro Thaddeus (blacksmith in inglese), impersonato da RZA, in procinto di riscattare la propria amata Lady Silk – quella che oggi chiameremmo escort, mentre una volta era solo una mignotta nemmeno troppo d’alto bordo – dalla sua matrona per scappare insieme da Jungle Village, il paese in cui si svolge il tutto. Come fa capire egli stesso già dall’inizio, il tradimento all’interno di un clan locale sarà la goccia che farà traboccare il vaso di tutte le vite di Jungle Village in un crescendo di duelli e massacri non del tutto gratuiti. La storia si potrebbe dire che sia un po’ un incontro di cliché vari, classico scontro tra gang che coinvolge anche il malcapitato protagonista che si da il caso fosse un ex schiavo liberato e approdato in oriente in seguito al naufragio della nave su cui era fuggito. In realtà, proprio la piattezza della trama, supportata dai nomi dei personaggi che rispecchiano caratteristiche e abilità degli stessi (ad es. Brass Body o Jack Knife), è parte di una ironia non ben compresa. Sarà che l’ironia che io ho visto nella caratterizzazione di tutta la sceneggiatura si spegne un po’ proprio nella banalità, che non permette exploit davvero degni di nota, però ho assistito davvero a storie ben peggiori e scenografate con due lire che hanno avuto più seguito perché indirizzate con più cognizione di causa.

Volendo potremmo altresì affermare che la volontà del regista di omaggiare i suoi adorati film di cappa e spada orientali sfocia nel fare tutto un mischione di lame, combattimenti in slow-motion, sesso, rap e pulp. Di fatto l’omaggio va decisamente a buon fine, visto e considerato che la preparazione di scene e personaggi è davvero adeguata e che ci sono ben pochi effetti in CGI a vantaggio degli effetti pratici. Una scelta che ha causato anche degli infortuni in fase di recitazione durante le scene di combattimento.. hardcore fino in fondo!
Inoltre, mettere insieme Lucy Liu con un wrestler tutto tatuato, un ne(G)ro e un occidentale in un ambiente medievale composto da musi gialli è qualcosa che dona quel pizzico di non-sense che non stona affatto in un film che ha l’unica pretesa di essere godibile e celebrativo. Vorrei ricordare, a tal proposito, che la celebrazione di qualcosa che piace può essere anche fatta con proprio gusto. Ed è proprio il gusto personale quello con cui la guardi realizzata in un cinema o in tv, a seconda di quale che sia il target produttivo. Quindi, dal punto di vista puramente del diletto, può avere o meno centrato il segno. Di certo ha deluso molti, ma nemmeno ha perso seguaci. Se volessimo parlare proprio di tecniche di regia, premettendo che non sono assolutamente un intenditore, mi è sembrato un buon lavoro nel complesso, eccezion fatta per molte delle scene dei combattimenti finali, in cui sono stati montati fin troppi split screen, inutilizzati sino a quel momento, anche dove non servivano. Probabilmente in fase di montaggio ci si è resi conto che il finale, invece di essere un’esplosione di adrenalina, poteva solo avere impatto pari alle altre scene di combattimento viste in precedenza.
Altra cosa invece la fotografia, che non ho apprezzato particolarmente, benché anche quella sia stata ben studiata e pertinente all’ambientazione nonostante un’accentuata innaturale vividezza. Diciamo che non stona, ma nemmeno cattura se non nell’unica scena dichiaratamente in CGI, in cui X-Blade compone il simbolo della vendetta con il sangue che schizza fuori dai suoi nemici.

Concludendo, tre stelle su cinque sono la giusta valutazione per un film del genere. D’altronde difficilmente ne darei quattro a film più studiati riguardanti lame e sangue nella cina imperiale. Ovviamente il mio giudizio può essere considerato fazioso, ma, come dice la mia ragazza, non puoi guardare un’opera se non conosci un minimo l’autore.
Se poi vogliamo far fare la critica a qualcuno che non ha visto nemmeno la metà dei film cui il regista voleva rendere omaggio allora non ci stupiamo che la gente si inventi professioni che inesistenti.
Se qualcuno ha dovuto per forza di cose fare riferimento a The Hostel o a Kill Bill, beh… la pressappochezza è davvero una brutta bestia!

Gossip news

Avrei voluto prendere in prestito un altro giorno del diario di Jack Folla per sputare un altro po’ di astio sulle vostre facciacce, ma in realtà non ce n’è bisogno. Mi è bastato leggere il cartaceo de Il Fatto Quotidiano stamane.

Un mio collega sostiene che bisogna leggere giornali facenti capo a fazioni di “credo” politico diverso dal proprio per poter tenere sempre in allenamento le convinzioni che dovresti avere. In quel modo si provoca un minimo di dinamicità di pensiero nella tua testa che ti porterà a rimarcare le tue ideologie piuttosto che a rimetterle in discussione piuttosto che a volerle condividere e farne manifesto (ma lì si sfiora il fanatismo poi). Io non sono capace di leggere giornali che, permettetemi la semplificazione, non mi rappresentano.
Il cruccio che mi assilla è che ormai credo di non essere più in grado di leggere nemmeno giornali di fazioni che dovrebbero farsi portavoce della mia politicità nell’accezione più “greca” del termine. In questo paese se non parli di una determinata persona sembra non ci sia nulla di cui discutere. E allora via con l’ennesima crocifissione di un ex-premier pedofilo, magnaccia e corruttore.

Intendiamoci, sarei molto lieto di una sua interdizione perenne dai pubblici uffici, così come sono molto felice del fatto che, per mantenersi giovane agli occhi di vetro che quotidianamente lo inquadrano, stia spendendo più di quanto avrebbe speso se si fosse fatto i cazzi suoi evitando a tutti un ventennio letteralmente da dimenticare (come se si potesse).
Il problema non è la sua uscita dai pubblici uffici, ma piuttosto la sua uscita dalle chiacchiere da bar che ci vengono propinate sotto forma di notizie pertinentemente scritte da professionisti “affermati”. Ormai ha creato un indotto mediatico sulla sua vita privata nella res publica che se la macchina si fermasse sarebbe più di una testata a crollare sotto l’incombenza di dover fare qualcosa di davvero professionale, come ad esempio fornire ai lettori un vero spunto di riflessione sullo stato di cose della nostra nazione piuttosto che del becero gossip stile Novella 2000.

E ora scusatemi, ma dopo essere caduto nella trappola del predicare bene e razzolare male, dopo aver io stesso continuato a parlarne in barba alla coerenza, torno al mio lavoro. Sperando che altre altra gente decida di cominciare a fare il proprio!

Alcatraz – 226 giorni all’esecuzione

Non terrorizzate i vostri bambini con la vita eterna. Ditegli che da morti si diventa alberi.
I grandi alberghi degli uccelli.

E poi infarciteli con tutti gli stereotipi che conoscete, così da dargli argomenti di discussione per almeno trent’anni. Una volta raggiunta la maggiore età proponetegli anche una visita in un mattatoio, giusto per capire quanta sete di conoscenza c’è dietro la loro quotidianità e ponetevi la domanda “sarebbe stato meglio farlo/a crescere in un paesino di mille anime in cui si praticano ancora feste pagane di uccisioni suine piuttosto che avergli/le fatto credere che le bistecche vengono confezionate dalle marmotte della Milka?”.

Conosci te stesso, conosci quello che usi e soprattutto quello che mangi, conosci limiti e potenzialità del tuo corpo e della comunità in cui vivi e poi magari comincia ad essere un genitore migliore, perché la tua saccenza/ignoranza/pigrizia porterà tuo figlio ad avere una misera visione di te, non basterà tutto il suo amore, sappilo!

Alcatraz – 227 giorni all’esecuzione

E parliamo di che? Che non riesco, che non posso, che non ce la faccio a sembrare insoddisfatto in questo periodo? In fondo io lo sono anche, insoddisfatto dico, ma non per cose che hanno senso, perché ciò che veramente importa in questo preciso momento nella mia vita è quadrato. Sono insoddisfatto per tutto ciò su cui avrei scritto l’ennesima canzone del panorama hardcore mondiale, sull’avere più soldi da spendere. Si, avere più soldi da spendere.. per un nuovo corpo macchina magari full frame, o per un controller come si deve da abbinare a scheda audio e nuovo Mac, o per quel paio di ottiche lì che mi fanno una gola.. o anche solo per darvi qualcosa su cui sparlare!
Non credo proprio ci sia da essere insoddisfatti per tutto quello che mi manca ancora! Io voglio di più!
Queste sono tutte cose che non inficiano di certo sulla tua vita, ma neanche sulla qualità della tua vita. Dove sta scritto che i soldi aumentano la qualità della vita? Certo, ad averceli uno si può permettere di cambiare casa, di arredarla a proprio gusto, di comprare la macchina più confortevole, di comprarsi magari una panca ad inversione per la schiena, di non annoiarsi mai. Ma tanto, ingenui che siete, pensereste mai di comprare ciò che vi farebbe stare bene a livello fisico se poteste invece comprare il nuovo iPhone ai vostri figli neanche lontanamente adolescenti? Siate sinceri, vi leggo nella coccia.. “Si, ma è utile”, “Certo che comprerei qualcosa di buono io, mica sono un fighetto… certo che però quel gingillo lì…”, “A mio figlio? Ma io lo compro per me!”.

BUFFONI! Siete e rimarrete soltanto dei buffoni!

Che vi nascondete dietro una facciata di buonismo quando tutti pensiamo alle stesse cose.
Che non vi rendete più conto di quello che effettivamente vi serve e di ciò che vi è superfluo.
Che non sapete se arriverete a domani eppure fate di tutto perché anche la vostra dipartita sia celebrata con una bara bicolore pastello, laccata oro e con il wireless, perché siete pacchiani dentro!

Non ho più il tempo, né l’età per incazzarmi in vece di qualcun altro. Volete sapere cosa invece mi manda ai matti? Che prima o poi il ciclo ricomincerà. Perché, non so se ve ne siete accorti, la vostra vita è ciclica. Voi non siete i dominatori della terra, voi appartenete alla terra e sarà proprio la terra a riavervi una volta che ve ne sarete andati, si spera per mano di un boia…

Se volete potete telefonarmi, scrivermi, mandarmi un fax. Non posso impedirvi di pregare per me né di sghignazzare augurandovi che mi ammazzino prima del tempo. Ma non azzardatevi a fare cortei pacifisti o a inviare suppliche di qualsiasi tipo al governo degli Stati Uniti. Toglietevelo dalla testa. Sono un maledetto condannato a morte non una foca monaca. Mi hai capito, persona per bene?
Apri le orecchie, civile. Smettila di marciare in corteo, spegni l’accendino, piantala di ondeggiare, non sei un’odalisca. Sei contro la sedia elettrica, contro il disboscamento dell’Amazzonia, contro l’estinzione dei panda, contro gli evasori fiscali, contro i sequestri, contro la guerra, contro il buco d’ozono.
Come c’è una cosa che fa schifo, tu protesti. Vedi di farti un giro, fratello, perché siamo tutti colpevoli, anche tu. Quando finalmente sarà chiaro, quando l’articolo uno della Costituzione reciterà Siamo tutti colpevoli, solo allora potremo dire: “Ecco, questa è democrazia”. Ma attualmente non è così. Quindi non ti salti in mente di scandire il mio nome. Qui non sei allo stadio sei ad Alcatraz. Io sono Jack Folla non il Milan. Chiaro, persona per bene anticonformista e ecologista? lo non sono la tua bandiera e non faccio parte del branco. Sai una cosa, fratello? La gente per bene come te mi eccita.